Nel 2020 le PMI Venete hanno visto crollare il fatturato di 45 miliardi

Scritto da il 26 Dicembre 2020

La cifra è di quelle da far tremare i polsi: 45 miliardi  di euro. A tanto ammonta la perdita di fatturato registrata quest’anno dalle imprese venete a causa del Covid. La stima è stata elaborata dall’Ufficio studi della CGIA.

“Al netto delle misure a sostegno della liquidità e agli effetti dello slittamento delle scadenze fiscali – denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – il Governo quest’anno ha stanziato poco meno di 3 miliardi di euro di aiuti diretti alle imprese venete colpite dalla pandemia. Ciò vuol dire che a fronte di un crollo del fatturato dell’intero  sistema economico regionale di circa 45 miliardi di euro, il tasso di copertura è stato pari al 6,6 per cento circa. Un impatto modestissimo, sebbene in termini assoluti l’importo complessivo delle misure messe in campo a livello nazionale a sostegno delle attività economiche abbia la dimensione di una Finanziaria” (vedi Tab. 1).

“E’ comunque necessario precisare – dichiara il Segretario della CGIA Renato Mason –  che alle Pmi che hanno subito i contraccolpi più negativi della crisi, ovvero quelle che hanno dovuto chiudere per decreto, i ristori erogati dall’Esecutivo hanno coperto mediamente il 25 per cento circa del calo del fatturato. Le misure di sostegno al reddito approvate da Governo Conte, infatti, sono andate in larghissima parte alle attività che hanno registrato un crollo del giro di affari di almeno il 33 per cento rispetto al 2019. Resta il fatto che anche per queste realtà gli aiuti economici sono stati insufficienti”. 

Le filiere più in affanno
Escludendo gli alberghi, i ristoranti, i bar, le pasticcerie e tutte le attività che ruotano attorno al settore del turismo, la CGIA elenca le aree economiche che anche in Veneto sono state maggiormente colpite dalla crisi. Vale a dire:

– la filiera trasporto persone (taxi, ncc, bus operator);
– la filiera eventi (congressi, matrimoni, cerimonie, etc.);
– gli ambulanti, soprattutto con posteggi presso le aree interessate da eventi, stadi (i cosiddetti “fieristi”);
– la filiera sport, tempo libero, intrattenimento, discoteche, parchi divertimento e tematici (incluse  le attività dello spettacolo viaggiante);
– la filiera attività culturali e spettacolo;
– il commercio al dettaglio, in particolar modo abbigliamento, calzature, libri e articoli di cartoleria;
– gli agenti di commercio. 

La crisi delle città d’arte                                                      
A livello territoriale, la crisi ha colpito indistintamente tutti, anche se il Mezzogiorno è la ripartizione geografica del paese che sta subendo più delle altre gli effetti negativi della pandemia,  sia da un punto di vista economico che sociale. Tuttavia, c’è un denominatore comune che emerge lungo tutto lo stivale: la crisi delle città d’arte ad alta vocazione turistica. Con il “decreto Agosto” il Ministero dei Beni Culturali ha individuato 29 comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana che quest’anno hanno subito un crollo verticale delle presenze turistiche straniere, di questi 3 realtà sono venete: Venezia, Verona,  e Padova. A fronte di questa situazione, le filiere richiamate più sopra e ubicate in queste città sono risultate essere le più in affanno e probabilmente continueranno ad esserlo anche nel 2021. Ebbene, se il turismo è la prima industria del Paese ed è anche il settore che più di tutti gli altri ha subito gli effetti negativi del Covid, perché mai dalle bozze del “Recovery Plan” si evince che il Governo investirà  solo 3,1 miliardi dei 209 messi a disposizione da Bruxelles con il Next Generation EU ? 

Passare dalla logica dei ristori a quella dei rimborsi
In merito alle misure a sostegno delle attività costrette a chiudere completamente o parzialmente, la CGIA sottolinea che lo Stato e le Regioni hanno il diritto/dovere di predisporre tutte le restrizioni che ritengono utili per tutelare la salute pubblica. E’ altresì evidente che a fronte di provvedimenti che impongono la chiusura delle attività economiche, queste ultime devono essere aiutate economicamente in misura maggiore di quanto è stato fatto fino ad ora. 

E’ vero che questa ulteriore spesa corrente contribuirebbe ad aumentare il debito pubblico, ma è altrettanto vero che se non salviamo le imprese e i posti di lavoro,  non gettiamo le basi per far ripartire la crescita economica, unica condizione in grado di ridurre nei prossimi anni la mole di debito pubblico che sta minando il futuro del nostro Paese.  

Alle attività chiuse per decreto non sono più sufficienti dei semplici ristori, ma è necessario uno stanziamento che compensi quasi totalmente sia i mancati incassi sia le spese correnti che continuano a sostenere. Insomma, bisogna passare dalla logica dei ristori a quella dei rimborsi.

Lo stesso trattamento va riservato a quei comparti che seppur in attività è come se non lo fossero. Segnaliamo, in particolar modo,  le imprese commerciali ed artigianali ubicate nelle cosiddette città d’arte che, come dicevamo più sopra, hanno subito un tracollo delle presenze turistiche straniere. Particolare attenzione merita il trasporto pubblico locale non di linea (bus operator, autonoleggio con conducente e taxi) che sebbene siano sempre stati in servizio continuano ad avere i mezzi fermi nelle  rimesse o nei posteggi.

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