Covid: Nel Veneto l’artigianato continua a soffrire

Scritto da il 7 Agosto 2021

A causa del Covid lo stock complessivo delle imprese artigiane presenti nel Veneto continua a mostrare segni di grave difficoltà. Tra il 1° trimestre 2020 e il 2° trimestre 2021 il numero complessivo delle aziende artigiane è sceso di 794 unità, toccando, il 30 giugno scorso,  quota 124.245. Se in questi 15 mesi le province di Treviso e Verona (entrambe con un saldo pari a +43) hanno registrato risultati positivi, critica è la situazione soprattutto a  Venezia (-122) a Padova (-177), a Rovigo (-211) e a Vicenza (-347)(vedi Tab. 1).

Ricordiamo che questi dati così negativi sono in linea con quanto successo negli ultimi 10 anni; tra il 31 marzo 2011 e lo stesso giorno di quest’anno il numero totale delle imprese artigiane nel Veneto, infatti, è sceso di 18.105 unità.

Al netto dei risultati riportati dalla Toscana (-1.531 imprese) e di gran parte delle regioni della cosiddetta dorsale adriatica (che includono anche il Veneto e il Friuli Venezia Giulia) , tutte le altre regioni hanno registrato un saldo positivo. A livello nazionale lo stock è aumentato di 7.664 unità, portando il numero complessivo delle imprese artigiane presenti in Italia a toccare quota 1.292.685 (vedi Tab. 2).  Difficile giustificare questa performance così positiva che ha riguardato soprattutto le regioni del Sud. Non è comunque da escludere che in alcune parti del Paese la copiosa nascita di moltissime aziende artigiane sia stata “condizionata” dai requisiti richiesti dal legislatore per ottenere i contributi a fondo perduto messi a disposizione sia dal Governo che dalle Regioni alle aziende in difficoltà. Con il decreto Sostegni e il Sostegni bis, ad esempio, le attività aperte nel 2020 e nel 2021 (prima dell’entrata in vigore dei rispettivi provvedimenti) per beneficiare del ristoro non avevano l’obbligo, come le altre, di confrontare il fatturato 2020 con quello registrato nel 2019. Pertanto, le neo imprese guidate da persone fisiche nate l’anno scorso e quest’anno hanno potuto ricevere un contributo minimo di 1.000 euro e quelle composte da soggetti diversi di almeno 2mila euro. Probabilmente, questa possibilità ha indotto molti abusivi e altrettanti lavoratori in nero a uscire dalla “clandestinità”: speriamo che una volta  conclusasi la fase dei sostegni questi operatori non si “rituffino” nel sommerso.

Più in generale, nel mondo del lavoro il Covid ha colpito soprattutto i lavoratori autonomi. Tra febbraio 2020, mese che precede l’avvento della crisi pandemica, e giugno di quest’anno, l’Italia ha perso 470mila occupati; di questi, ben 378mila (pari a oltre l’80 per cento del totale) sono lavoratori indipendenti. Un esercito costituito prevalentemente da piccoli commercianti, esercenti, collaboratori e tantissimi liberi professionisti che, a seguito delle difficoltà patite in questo ultimo anno e mezzo, sono stati costretti a chiudere l’attività. Tra i lavoratori dipendenti, invece, il numero complessivo degli occupati è sceso di “sole” 92mila unità (vedi Tab. 3). A sottolinearlo è l’Ufficio studi della CGIA.

  • Giusta attenzione alle crisi aziendali, poca agli autonomi

Se in Italia otto persone su dieci che hanno perso il lavoro in questo drammatico periodo storico appartengono al cosiddetto popolo delle partite Iva, non si capisce come mai non sia ancora emerso una particolare attenzione in grado di coinvolgere l’opinione pubblica e la politica su questo dramma sociale ed economico. Se le crisi aziendali della Gkn, dell’Acc, di Whirpool, della Logista Italia, della Gianetti Ruote, etc., sono state giustamente poste all’attenzione dell’opinione pubblica da parte dei media, poco interesse o quasi nessuna attenzione, invece, hanno provocato le centinaia di migliaia di piccolissime attività che, nel silenzio più totale, hanno chiuso definitivamente la saracinesca. Drammi che nessuno ha potuto raccontare, vite lavorative spezzate che, pare, non abbiano alcuna dignità, nemmeno quella di essere raccontata.

  • Aprire un tavolo di crisi anche in Veneto sulle partite Iva

Due pesi e due misure che la CGIA vuole invece richiamare e portare all’attenzione di tutti, sperando, in particolar modo, che questi dati inducano, sia il Premier Draghi che il Presidente Zaia, ad aprire un tavolo di crisi permanente a livello nazionale e regionale, altrimenti il mondo del lavoro autonomo rischia di uscire da questa crisi fortemente ridimensionato. Intendiamoci, misure miracolistiche in grado di risollevare le sorti del popolo delle partite Iva non ce ne sono. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che in questo ultimo anno e mezzo oltre ai ristori (ancorchè del tutto insufficienti), gli esecutivi che si sono succeduti hanno, tra le altre cose, esteso l’utilizzo dell’assegno universale per i figli a carico anche agli autonomi; è stato introdotto il reddito di emergenza e per chi è ancora in attività, entro la fine di settembre potrà presentare la domanda all’Inps per ottenere l’esonero dei contributi previdenziali per l’anno in corso.

  • A rischio la coesione sociale

Inutile ricordare che quando perdono il posto c’è una sostanziale differenza tra i lavoratori dipendenti e gli autonomi. Mentre i primi possono contare su alcune importanti misure di sostegno al reddito (Cig, Naspi, etc.), i secondi, invece, non possono contare quasi su nulla. A loro rimane solo  il fallimento di un’esperienza lavorativa finita male e l’angoscia di come reinventarsi il proprio futuro.

La CGIA sostiene che i negozi di vicinato e le tante botteghe artigiane presenti nel Paese hanno bisogno di sostegno perché garantiscono la coesione sociale anche del nostro sistema produttivo. Se spariscono le micro imprese, rischiamo di abbassare notevolmente la qualità del nostro made in Italy. Per questo è indispensabile tagliare la burocrazia, rivedere il fisco, abbassando drasticamente il peso di imposte e contributi sulle piccolissime imprese, e approvare quanto prima la riforma degli ammortizzatori sociali che, in caso di chiusura dell’attività, preveda delle misure di sostegno al reddito anche ai lavoratori autonomi. Altresì, è necessario coinvolgere il Ministero dell’Istruzione affinchè attivi quanto prima una importante azione informativa/formativa nei confronti degli studenti delle scuole medie superiori che li sensibilizzi in particolar modo su un punto; una volta terminato il percorso scolastico,  nel mercato del lavoro ci si può affermare anche come lavoratori autonomi. Aspetto, quest’ultimo, ai più pressoché sconosciuto.

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