Dalla città metropolitana

Commercio in crisi: in dodici anni persi oltre 140mila negozi in Italia. Nel Veneziano più di 9mila attività rimaste sfitte

today19 Novembre 2025 47

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Negli ultimi dodici anni l’Italia ha perso oltre 140mila attività di commercio al dettaglio, tra negozi e ambulanti. Il fenomeno, che si concentra soprattutto nei centri storici e nei piccoli comuni, rischia di accentuarsi ulteriormente: secondo le proiezioni elaborate dall’Ufficio Studi di Confcommercio, entro il 2035 potrebbero scomparire altre 114mila imprese, con ripercussioni pesanti sulla qualità della vita urbana e sui servizi di prossimità. La situazione, fotografata in vista dell’appuntamento nazionale “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”, evidenzia un declino non più ignorabile del tessuto commerciale italiano.

Il Veneto è una delle regioni dove la crisi del commercio risulta più evidente. La stima aggiornata al 2025 indica infatti oltre 9.100 negozi sfitti, un dato che colloca la regione al secondo posto in Italia per numero assoluto di locali vuoti. Rapportando questo valore alla rete commerciale attiva, emerge che circa il 18,5% degli spazi destinati alle attività di vicinato risulta oggi inutilizzato, una percentuale superiore alla media nazionale. La provincia di Venezia manifesta segnali particolarmente preoccupanti: nei centri storici, da Venezia a Chioggia, passando per Mestre e la Riviera del Brenta, il calo delle attività tradizionali e l’aumento dei locali chiusi stanno modificando profondamente l’identità urbana. A Venezia, l’aumento dei canoni di locazione e la trasformazione del tessuto economico verso attività rivolte quasi esclusivamente ai turisti stanno riducendo progressivamente la presenza dei negozi di vicinato. A Chioggia e Sottomarina, molti locali rimangono sfitti per lunghi periodi e il ricambio commerciale procede con sempre maggiore lentezza, soprattutto nelle aree meno centrali.

La tendenza nazionale conferma questa dinamica: dal 2012 al 2024 le imprese del commercio al dettaglio in sede fissa sono passate da 551mila a 433mila, con un calo del 21,4%. I settori che hanno subito le contrazioni più rilevanti sono quelli dei distributori di carburante, degli articoli culturali e ricreativi, del commercio non specializzato, dei mobili e ferramenta e dell’abbigliamento. Parallelamente, nello stesso periodo, le attività che operano prevalentemente online sono quasi raddoppiate, a testimonianza del mutamento delle abitudini di acquisto e della crescente concorrenza digitale.

La crisi del commercio tradizionale si contrappone alla crescita del comparto turistico, che invece registra un aumento del numero di ristoranti, bar con somministrazione e strutture ricettive alternative come bed & breakfast e affittacamere. Tra il 2012 e il 2024 queste forme di ospitalità hanno conosciuto un incremento del 92,1%. Anche in questo caso il territorio veneziano rappresenta un contesto emblematico: la crescita dell’offerta extralberghiera, favorita dalle piattaforme digitali, ha intercettato nuova domanda ma ha anche contribuito a un progressivo squilibrio tra esigenze dei residenti e flussi turistici, incidendo sulla vivibilità quotidiana dei centri storici.

Lo scenario al 2035, se le tendenze attuali non verranno invertite, appare ancora più critico. La densità commerciale rischia di ridursi in misura significativa nelle città del Centro-Nord, e il Veneto rientra tra le aree maggiormente esposte. La perdita di attività di vicinato, unita al calo demografico di alcuni territori, potrebbe impoverire ulteriormente la vita urbana di città come Venezia e Chioggia, già segnate dalla riduzione dei residenti e dalla trasformazione dell’economia locale.

Il tema dei negozi sfitti rappresenta uno degli indicatori più chiari della crisi: a livello nazionale si stima che nel 2025 le unità non occupate siano circa 105mila. Le regioni più grandi, dotate di una rete commerciale storicamente estesa, risultano le più colpite in termini assoluti, con Lombardia, Veneto e Piemonte in testa. Ma sono le regioni più piccole, come Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Liguria, a mostrare l’incidenza percentuale più elevata, con oltre un quarto delle attività vuote.

Per affrontare una crisi così profonda, Confcommercio propone una strategia complessiva basata sulla definizione di un’Agenda Urbana Nazionale, con l’obiettivo di coordinare politiche e interventi in un quadro organico. L’associazione chiede un maggiore coordinamento tra Stato, Regioni e Comuni per armonizzare progetti e risorse, valorizzare i Distretti Urbani del Commercio e promuovere azioni concrete per la riattivazione dei locali sfitti, anche attraverso canoni calmierati e incentivi pubblico-privati. Un altro ambito su cui intervenire è quello della logistica urbana, con l’obiettivo di modernizzare la distribuzione delle merci e rendere più competitive le imprese di prossimità. A livello locale, si auspicano programmi pluriennali capaci di integrare rigenerazione urbana, sostegno alle attività economiche e servizi alla comunità.

Il deterioramento del tessuto commerciale viene considerato da Confcommercio non solo un fenomeno economico, ma un problema sociale che riguarda la qualità della vita delle comunità. Per questo l’iniziativa “inCittà”, che il 20 e 21 novembre porterà a Bologna istituzioni, imprese, studiosi ed esperti, sarà l’occasione per discutere il futuro dei centri urbani italiani e definire strumenti concreti per restituire vitalità ai quartieri e garantire servizi essenziali ai cittadini.

Scritto da: Redazione

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